sabato 25 agosto 2007

VERONARCANA II

Mi assento per qualche giorno, in realtà continuerò a disegnare Smilodonte, solo in altra località. Una volta tornato posterò qualche nuova tavola per i vostri occhietti golosi. Nel frattempo vi lascio con la lettura del secondo episodio delle imprese di Cristiano Sepolcro e dei luoghi maledetti della mia città natale, Verona.
Per chi si fosse perso la prima avventura clicki qui, per le immagini qui.
Stay tuned.


La sete dell’acqua
© Alberto Corradi 2006


Quella notte la nebbia ricopriva ogni anfratto della Piazza.
Sotto l’antico archivolto la bruma prese a pulsare di vita propria. Poi, come un’ombra, strisciò fuori alla luce dei lampioni, biforcandosi, quasi ferita dalla forza della luce artificiale.
Due diafane creature si agitavano, contorcendosi, dirette verso il centro della Piazza, dove li attendeva l’antica gogna di marmo.
Tremolanti, faticarono ad assumere consistenza. Più che fatica fu quasi dolore, una lotta spasmodica di quelli che ogni attimo di più apparivano essere corpi, seppur orrendamente scomposti. Ansimavano, le casse toraciche squassate da una tosse gutturale. Le creature parevano addobbe di un lungo saio, che lasciava intravvedere qua e là frammenti di corpo. Forse. Quel che è certo è che qualcosa, improvviso, proruppe di sotto quei cenci di caligine e bruma.
“Il… padrone… è qui… che è morto…”
“Ahhh… Sì…”
Voci come un coro di raspe che grattavano furiose sul cardine dei portali del tempo.
“Dammi… dammi…”
La più alta e minacciosa delle due presenze si sporse in avanti ammiccante, mentre l’altra allungava al compagno un oggetto solido, scintillante alla luce dei fanali che baluginavano sul marmo umido in quella notte d’autunno. Era un tappo. D’argento, finemente cesellato e tremendamente antico, scintillava di luce arcana.
L’orrore si chinò, avvicinando il proprio volto a quello della bocca della fontana, il cui labbro era stato brutalmente spaccato per introdurvi a forza un tubo d’ottone.
“Tortura… su… tortura… nessun… senso…”
Il braccio si proiettò sul fondo della vasca, e il sigillo fu posto.

All’unisono, le erme della città presero a urlare. Tutte.

Ma solo un uomo si destò in quella notte d’autunno, in risposta al richiamo dei disgraziati custodi degli archi delle case di Verona.
Cristiano Sepolcro spalancò gli occhi.
L’aveva destato il respiro affannoso di Silvia, un incubo, o cos’altro? Era fradicio di sudore e non riusciva a trattenere il battito impazzito del suo cuore. Ansimava forte, un grido gli intasava i ricordi. Qualcosa non andava. Non andava proprio.
Guardò sotto il letto, dove aveva istoriato le assi del pavimento con un grande pentacolo, un esorcismo contro demoni e spettri di ogni sorta per proteggere il loro sonno, nell’unico momento in cui lo stregone abbassava la guardia ed era più vulnerabile agli attacchi dell’arcano.
Sì questo era, il suo amico maresciallo Trebaseleghe aveva dannatamente ragione. Quella del medium era una copertura che trovava il tempo che trovava. Lui in quella roba ci squazzava, era il suo habitat naturale, al punto che percepiva il mondo Oltre come il pulsare di una vena aggiuntiva, posta di sbieco sulle tempie. Una vena che pareva sul punto di esplodere.
Si girò verso la sua compagna, scuotendola leggermente.
“Silvia? Amore?”
Silvia si dibatteva disperata, preda di un incubo senza fine. Mugolava e non si svegliava. Non era un sonno naturale. Il pentacolo non serviva a niente. Già. Occorreva di più. Sepolcro si toccò il grande tatuaggio che gli ornava il torace. Era un insieme di rune druide, formule alchemiche, nomi angelici, simboli magici e mistici ordinati in una sequenza a lui sconosciuta.
C’era nato con quei segni.
El me fiòl maledeto come lo chiamava papà. Già. Sorrise amaro.
A papà non era mai andato giù quel segno, che aveva provato a far togliere anche con un intervento di chirurgia plastica, solo per scoprire che riappariva ogni volta che si cercava di cancellarlo, anche col fuoco. Già. Anche con quello.
Cristiano serrò la mascella e si vestì rapido, jeans, maglione anfibi e giacca di pelle.
Corse giù dalle scale e spalancò la porta che si affacciava su via Mazzanti, proprio innanzi alla vera da pozzo che occupava il centro della strada.
Aveva traslocato lì circa tre anni prima, dopo aver allontanato un incubo da quella strada e aver trovato una ragazza in pigiama che le indicava la via per un massacro perpetrato mentre la città dormiva. Silvia.
E ora, nel sonno di Verona, qualcosa stava macchinando orrori.

Era il Medioevo.
Era il Medioevo e lo avevano massacrato sulla gogna. Spezzate che furono le ossa a colpi di bastone e sassate, lo avevano scaraventato nella fontana sottostante avvinto in pesanti catene.
Un fagotto di dolore e sangue rappreso per cui nessuno provò pietà nemmeno un istante. Era stato condannato a morte e morte fu, per affogamento. Scostandolo brutalmente tapparono il fondo della vasca di marmo rosso, mentre lui uggiolava debolmente, accecato dal sordo dolore che gli colmava ogni anfratto di quel corpo orrendamente sbrecciato.
Tutto perché aveva osato rubare il vino consacrato durante la messa nella chiesa di Santa Anastasia. In pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, aveva colmato a grandi falcate la distanza che lo separava dal celebrante, strappandogli il calice dalle mani. Quel calice colmo di sangue, l’ideale per il cerimoniale che aveva in mente.
Il Sangue del Dio degli Uomini.
Era il 1471, e stava morendo tra le grida festanti di una folla inferocita. Ma gli stavano facendo un favore, perché comunque gli avrebbero garantito l’immortalità che anelava. Giusto il tempo di mormorare una maledizione alla città che gli aveva dato i natali e che il suo sangue si mescolasse all’acqua. Perché da lì sarebbe rinato.
Un attimo ancora e il mondo svanì sotto una coltre liquida. Per oltre 500 anni fu solo buio odio.
In attesa.
E ora finalmente… dall’acqua si rigenerava.
Mancava solo il sangue.
All’interno della vasca ricolma, un corpo andava addensandosi. Un’altra creatura diafana a prima vista, simile ai due servitori che l’avevano destata dalla dimensione dei morti. Ma no, il corpo appariva lucido e solido come la pelle tesa di un tamburo, una creatura di cuoio argenteo, dalle lunghe dita affusolate, che sempre più emergeva della fontana, mostrando al mondo i suoi lineamenti demoniaci di immortale.

Affacciatosi su Piazza delle Erbe, la scena che si offrì a Cristiano era surreale.

Il cielo, nero come la pece, era striato da nuvole di un viola elettrico, che si inanellavano concentriche sul vertice della Piazza vuota, quasi fossero risucchiate dalla presenza della creatura che stagliava il proprio corpo lucente e imperlato d’acqua alla luce della luna, protendendosi orrendamente maestosa al di fuori della fontana della gogna.
Tutta la città era addormentata, attanagliata nella morsa di una notte ora eterna. Simili a infernali monatti, una moltitudine di incappucciati, evocata dai due servitori maggiori al servizio del mostro, penetravano nelle case, prelevando i sognatori, per portare al loro signore i corpi prigionieri dell’incubo degli abitanti di Verona: una lenta processione, che si snodava per le vie del centro contrappuntata dai versi gutturali delle creature che salmodiavano carmi bestiali.
Perché il Nero Signore giunto dall’acqua aveva sete.
Gli porgevano le vittime con grazia, e lui le riceveva tra le braccia con la dolcezza di una madre che vede per la prima volta il proprio figlio.
Poi, snudava le zanne in un gesto meccanico, i lineamenti stravolti dall’apparizione degli smisurati canini che affondava lesto nella giugulare degli sventurati. Prosciugava alla sorgente la loro fonte di vita, diventando sempre più potente, sempre di più. Presto il suo corpo sarebbe stato nuovamente solido, e finalmente uscito dalla fontana, sarebbe stato libero. Per sempre. Libero di creare un impero d’oscurità perenne nel cuore di quella regione che lo aveva ucciso secoli prima, dove gli unici abitanti sarebbero stati i morenti, finché la fiamma dell’ultimo sognatore non fosse stata spenta. Sì.

Sepolcro stava quasi per… fece una smorfia. Tanto, ci avrebbe pensato l’altro a dare il via allo scontro. Così, da copione, il mostro si girò verso di lui, e i loro sguardi si incrociarono.
Dispiegando lunghe ali di demone costellate di placche ossee, il vampiro d’acqua ruggì un ordine ai servi che, abbandonati i corpi delle vittime a terra, si precipitarono su Sepolcro.
Fu allora che istintivamente Cristiano si poggiò le mani sul torace: gli sgherri stavano per ghermirlo, quando una fiamma azzurra divampò intorno al suo corpo, facendo evaporare all’istante gli incappucciati che osavano tentare di afferrarlo. Così circonfuso da un fuoco arcano, si fece strada tra la folla di spettri urlanti, che si dissolvevano in sbuffi di vapore al suo passaggio.
Un ghigno beffardo si dipinse in volto allo stregone, quel sorriso che tanto faceva rabbrividire i suoi concittadini. Ma il mostro lo attendeva e non appena l’umano fu a ridosso della gogna, estroflesse improvviso un braccio smisurato ed elastico, afferrandolo noncurante della fiamma. No, lui non si sarebbe dissolto. Cristiano l’aveva capito e non si scompose più di tanto, mentre la creatura avvicinava il suo al volto di Sepolcro, che gli soffiò in faccia parole.
“Il mio sangue è acido, bestia.”
E la bestia parlò con una voce che sarebbe stata la disperazione di un santo, soave e atroce al tempo stesso. Sotto le labbra si agitavano baluginando le orride zanne, il suo fiato tanfava di putrefazione.
“Lo so. I segni che nascondi sotto i vestiti mi fanno prudere il palmo della mano. Per te occorre una morte diversa dagli altri. Stupido stregone insonne. Ma – sogghignò – so come por fine ai tuoi giorni.”
Tuffò la testa di Cristiano nella vasca e lo tenne sotto.
Proprio come sperava: se c’era una sorgente del Male, stava nella vasca col mostro, e l’acqua cristallina gli permetteva una perfetta visuale. Stava affogando, ma la salvezza, lo sapeva, era lì a portata di mano. O meglio, di bocca. Annaspò, lottando per guadagnare centimetri preziosi fino alla meta.
Ancora poco… Serrò i denti sul pomolo cesellato del tappo, facendo forza con tutta la mascella e lo strappò dal fondo della vasca.
Non appena il vampiro, disorientato dal gesto dello stregone allentò la presa sgomento, Cristiano si alzò in piedi nella vasca e vomitando fiutti d’acqua, con tutta la sua forza piantò il pezzo d’argento in pieno petto al mostro.
Il vampiro gemette. Un muggito disumano che scosse nelle fondamenta la tenebra che attanagliava la città. Il buio collassò su se stesso, e l’alba proruppe come una lama di luce che sbrindella un nero sipario. Urlando, i portatori esplosero uno dopo l’altro, tornando ciò che erano all’origine: acqua.
E lo stesso fece il loro padrone, che defluì lentamente dallo scarico della fontana, sbracciandosi disperato nel tentativo di estrarre il sigillo dal suo corpo. Ma tutto fu inutile. Cristiano restò a fissarlo a distanza mentre si dissolveva in una lenta agonia.
Presto sarebbe stato pieno giorno, e la città si sarebbe destata dal sopore dell’incubo.
Era giunto il momento di defilarsi con discrezione e tornare a casa, da Silvia.

4 commenti:

CLAUDIO NADER ha detto...

Smilodonte è una figata. Mi piacciono quel tratto e quel design abbastanza semplici e mi piace come li combini in maniera complicata.

Bella!

marcocorona ha detto...

ancora ancora daccene di piu'!

Alberto Corradi ha detto...

Ciao cari,
grazie, di Cristiano Sepolcro presto il nuovo capitolo in una chiesa sconsacrata...
A presto, Alberto.

roberto la forgia ha detto...

ci vediamo a treviso!