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giovedì 8 novembre 2007

VERONARCANA III

Il nuovo capitolo delle avventure di Cristiano Sepolcro, per la gioia di Marcito Corona e dei fan del mio esorcista e stregone veronese. Per le precedenti storie, clickate QUI.
Buona lettura, presto posterò un po' di report da Lucca.
Stay tuned.


I fantasmi all’Opera

© Alberto Corradi 2007

L’ombra era immensa.
Come nave in tempesta, il manto colossale era una vela sbrindellata dalla furia dei venti, il corpo carena logora da millenni di scogli, il petto una santabarbara d’odio.
L’orrore procedeva caracollando per i ciechi meandri dell’edificio.
Non buttava suoni, non produceva rumore.
La sua presenza macchiava come pece le mura, i contorni del corpo sfocati, nulla che si potesse dedurre se non una paura confezionata con cura certosina, qualcosa che non si vorrebbe mai fronteggiare.
A tratti, di sotto la caligine delle vesti baluginavano lunghi rasoi, cose che apparivano mani, poi dita e infine artigli, falangi lunghe fino a terra, aratri d’osso che raschiavano di buio il suolo dell’anfiteatro.
Non le sentiva nessuno.
Le urla.
Ma lui sì. Lui sì.
Secoli di sangue e implorazioni, lacrime.
Uomini, donne, bambini.
Anche le bestie piangevano.
Cavalli, leoni, coccodrilli.
Tutti intonavano la sua litania, il suo carme.
Un’opera composta da sommessi respiri, rantoli disperati in attesa di quel lungo interminabile attimo che precede la Morte.
L’orrida presenza diafana percorreva le cavee e non si dava pace, sorda per i lamenti di chi morì in quel luogo d’orrore in cui ora alte brillavano le voci. Le voci argentee che trascoloravano il suo odio, che da nero lo portavano a una tonalità di rosso intenso, rosso come il liquido prezioso che iniettava di veleno il motore del suo essere disgregato, rosso come gli occhi della vendetta.
L’ombra percorse il circuito dell’Arena per l’ennesima volta, inseguendo i suoi passi furiosa.
Poco, ancora poco!

Il Maresciallo Trebaseleghe andava avanti e indietro nervoso, abbaiando qualche ordine ai suoi uomini che piantonavano gli ingressi, più interessati alle scollature delle dame che all’effettiva sicurezza del pubblico. In fin dei conti, era come al solito, la solita routine.
Era la Fine di Ottobre, la Notte già fatta. La grande cupola di legno, titanio e pelle sintetica foderata in neoprene chiudeva l’Arena permettendone il riscaldamento. Pareva ne esistesse una simile al tempo dei Romani… “Cosa avrebbe fatto certa gente per vedere un po’ di sangue”, si disse.
La folla si accalcava intorno alle cavee per entrare. La serata si preannunciava ghiotta, con il celebre tenore Simone Gastaldi che interpretava uno dei suoi cavalli di battaglia, Radames nell’Aida di Verdi. L’anziano militare si sentiva inquieto quella sera, ma era sempre inquieto la notte di Ognissanti. Accadeva di tutto a Verona tutti i giorni, ma quella notte tutto era sempre il meno da aspettarsi.
Trasalì per un attimo, scosso da una voce familiare che lo apostrofava.
“Ehi Trebaseleghe.”
Cristiano Sepolcro si presentò al vecchio amico sfoggiando un paio d’occhiali da sole a spoiler, le lenti nere al punto che non si scorgevano gli occhi dello stregone di sotto. Silvia era lì con lui, avvinghiata al suo uomo, il viso sottile sprofondato nella giacca di pelle di Sepolcro. Gli sorrideva dolcemente.
“Cos’è questa mascherata Cristiano, facciamo gli eccentrici?” Sogghignò il maresciallo.
“Magari. Non la vedi la luce, vero?” Teneva lo sguardo puntato sull’Arena.
“Lu… Luce?” Trebaseleghe s’era sentito morire il sorriso dentro, non era possibile, c’erano disgrazie d’ordine soprannaturale in arrivo. Si girò boccheggiando verso il monumento.
“E’ accecante. – Lo incalzò l’esorcista, medium e stregone. - Una colonna di luce che si innalza come un raggio, che sbianca la città tutta. Se non avessi questi occhiali morirei per lo shock. Credo.”
“Una colonna? Ma…”
“Fammi passare Francesco, dai l’ordine ai tuoi uomini.” Il maresciallo faceva quasi tenerezza nel suo attonito stupore. Cristiano non se ne rese conto. Qualcosa in lui quel giorno era diverso.
Mentre Cristiano ignorava l’anziano militare, l’altro osservava quasi commosso il giovane che, ancora bambino, aveva salvato dalle fiamme che lo stavano divorando. Gli si era precipitato così, tra le braccia, urlante. Il padre, convinto che il figlio fosse un demone, un indemoniato o vittima di una qualche assurda maledizione, aveva pensato di mondare col fuoco quella sciagura che portava dalla nascita sul corpo strani arabeschi, simili a tatuaggi.
Aveva afferrato il corpicino, avvolgendolo nella giacca e tenendolo fermo a terra con tutta la delicatezza possibile, mentre lo spegneva. L’aveva tenuto stretto a sé a lungo, un fagottino scosso dalle lacrime e dalla sofferenza, mentre i colleghi salivano a prelevare il disgraziato genitore. Ma quello aveva ben pensato di appendersi per il collo a una trave, convinto di essere riuscito a sterminare la sua progenie. Il bambino guarì presto, le ustioni sparirono, il bambino crebbe, e divenne uomo.
Un uomo che faceva rabbrividire, ma a cui era affezionato e che ora lo fissava di sotto le lenti.
“Ah, e vai a casa, mettiti in salvo. Forse qua scoppia tutto.”
“Scoppia? Co…” Troppo tardi, l’esorcista s’era infilato diritto immezzo alla folla, e già parlottava con uno degli appuntati a presidio di una cavea. Indicando vagamente in sua direzione, mentre l’altro fesso annuiva timoroso.
Trebaseleghe sospirò mesto, ammiccando di rimando al sottoposto, a conferma che tutto era a posto.

Cristiano irruppe nel camerino con poca della grazia che lo aveva sempre contraddistinto, mentre Silvia indugiava sulla porta, discreta come sempre.
“Simone Gastaldi?”
Il massiccio tenore addobbato come un antico egizio smise di contemplare nello specchio il proprio volto pesantemente truccato, gli occhi imbellettati, i piccoli baffetti arricciati e ossigenati.
“Lei chi è? Un fan? La sicurezza cosa fa… è forse un amico del mio agente?” Sbottò in direzione del giovane di nero vestito.
“No. La lirica mi fa schifo. A parte Corelli. Ma sono qui per salvarle la vita, non certo a disquisire di librettistica o bel canto. A quello ci pensano gli invasati che brulicano sopra le nostre teste.”
“Lei chi sarebbe?”
“Un esorcista in occhiali da sole di sera tarda in un’area non autorizzata che parla con un pallone aerostatico sul punto di esplodere.”
I melomani si accalcavano nelle cavee dell’Arena. Sepolcro percepiva la loro eccitazione attraverso le pareti. E non solo quella.
“Come si permette! Come osa!” Squittì il tenore.
“Se non vuole morire faccia saltare la prima, qualcosa di orribile sta per accadere. A lei.”
“Se ne vada! Se ne vada!!!”
“Mi creda. Desista. Ora.”
“Fuori!!! Fuori!!!”
Cristiano se ne andò senza salutare.
Nessuno era accorso agli strilli concitati del tenore. Nessuno di umano.
L’ombra si parò loro innanzi appena misero piede fuori dal camerino. Immensa. Li sovrastava. Cristiano scostò da sé Silvia, che andò a rifugiarsi sotto un basso arco.
Il buio rivestiva l’Essere come un lungo mantello: era incredibilmente elegante per essere un Orrore di tali proporzioni. I contorni dell’ombra si agitavano spasmodici, in attesa di abbrancare l’inatteso visitatore. Lo stregone e il Fantasma si confrontarono per attimi interminabili, sotto lo sguardo attento di Silvia. Poi l’entità si allontanò strascicando il passo, con un gesto quasi di stizza.
Sepolcro trasse un lungo sospiro.

Cristiano si aggiustò gli occhiali uscendo all’aperto.
“Cristiano, perché ti sei comportato così? Hai fatto infuriare Gastaldi, hai lasciato andare il Fantasma, mi vuoi spiegare?” Silvia era sbigottita.
“Per convincerlo avrei potuto raccontargli di sua sorella, che credette morta durante la Guerra perché una bomba centrò il tetto della Scuola Elementare dove si era rifugiata con la tata di famiglia. Del come invece sia viva ma storpia, e abbia trascorso dieci anni in un istituto di igiene mentale in seguito allo shock subito per lo scoppio. Di come abbia urlato disperata, per ore, di sotto il peso opprimente del cadavere della donna, decapitato dallo spostamento d’aria.
Potrei tornare indietro, scusarmi per le pessime maniere e dirgli molte cose. Ma non gli dirò nulla.”
“Tu… sai davvero queste cose?”
“Prima di uscire di casa ho inghiottito un frammento di un testo sacro di un tempo remoto, scritto in lingua arcana in una città perduta e dal nome talmente antico e maligno che ti scoppierebbero i timpani solo a udirne il nome. Altro che le stecche di quel citrullo. Posso sapere ogni cosa di tutto, ancora per qualche minuto. Poi starò orribilmente per qualche giorno.”
Alle loro spalle, l’anfiteatro rimbombò del suono degli orchestrali, l’Opera andava a iniziare.
“Non farai nulla allora???”
“C’è gente venuta per uno spettacolo, là dentro. E avranno uno spettacolo. Indimenticabile.”
“Cristiano! Lascerai che venga fatto a pezzi un innocente davanti a una folla?”
Sepolcro si sfilò gli occhiali.
Le sue pupille erano color dell’oro, fredde come le nere sfere che roteano nell’occhio degli squali quando azzannano la preda. Senz’anima. Ciò che era nella pergamena antica ora era in Cristiano, lo possedeva. Apparentemente.
Silvia si riebbe presto dallo sgomento, stava per dire qualcosa quando Cristiano la precedette.
“Amore. So che non sembra, ma sono ancora io. Mi spiace, ma per fermare quella cosa, per placarla, si dovrebbe bruciare l’intera città e forse nemmeno allora sarebbe finita. Non è una sola cosa, è un’entità multipla. Nella sua ombra racchiude i morti nelle Naumachie romane, gli schiavi sbranati dalle fiere, le fiere stesse lasciate a morire di fame e malattia, i cavalli finiti con le gambe spezzate nei giochi e privati di un gesto di carità, eretici che i nostri concittadini secoli addietro fecero alla graticola per farsi togliere una scomunica e tanto, tanto ancora. E’ un condensato d’orrore. Non c’è verso di fermarlo. L’ho capito non appena ho percepito la presenza del Fantasma nel camerino di Gastaldi. E’ ovunque nell’anfiteatro. Mi addolora, ma è così. Mi sono fatto cacciare apposta. Sarà lui a saldare per stanotte il debito che la città ha con i morti che abitano l’Arena. Per salvarlo dovrei esorcizzarli uno per uno, e parlano infinite lingue. Sono centinaia.”
Gli occhi d’oro di Sepolcro presero a piangere. Un rivolo lungo e denso di lacrime spettrali, che trascinava con sé il tempo stesso. Un fiume in piena.
“Non è colpa di nessuno se hanno voluto inaugurare la nuova cupola proprio il giorno di Halloween. Ma questo giorno che si innesca di notte è dei morti, non dei vivi.”
Silvia teneva delicatamente tra le mani il volto di Cristiano. E annuì piano, sospirando.

Si allontanarono abbracciati, mentre i primi gorgheggi si aprivano sulla notte come i panneggi di un sipario si dispiegano innanzi a un pubblico bramoso.

sabato 25 agosto 2007

VERONARCANA II

Mi assento per qualche giorno, in realtà continuerò a disegnare Smilodonte, solo in altra località. Una volta tornato posterò qualche nuova tavola per i vostri occhietti golosi. Nel frattempo vi lascio con la lettura del secondo episodio delle imprese di Cristiano Sepolcro e dei luoghi maledetti della mia città natale, Verona.
Per chi si fosse perso la prima avventura clicki qui, per le immagini qui.
Stay tuned.


La sete dell’acqua
© Alberto Corradi 2006


Quella notte la nebbia ricopriva ogni anfratto della Piazza.
Sotto l’antico archivolto la bruma prese a pulsare di vita propria. Poi, come un’ombra, strisciò fuori alla luce dei lampioni, biforcandosi, quasi ferita dalla forza della luce artificiale.
Due diafane creature si agitavano, contorcendosi, dirette verso il centro della Piazza, dove li attendeva l’antica gogna di marmo.
Tremolanti, faticarono ad assumere consistenza. Più che fatica fu quasi dolore, una lotta spasmodica di quelli che ogni attimo di più apparivano essere corpi, seppur orrendamente scomposti. Ansimavano, le casse toraciche squassate da una tosse gutturale. Le creature parevano addobbe di un lungo saio, che lasciava intravvedere qua e là frammenti di corpo. Forse. Quel che è certo è che qualcosa, improvviso, proruppe di sotto quei cenci di caligine e bruma.
“Il… padrone… è qui… che è morto…”
“Ahhh… Sì…”
Voci come un coro di raspe che grattavano furiose sul cardine dei portali del tempo.
“Dammi… dammi…”
La più alta e minacciosa delle due presenze si sporse in avanti ammiccante, mentre l’altra allungava al compagno un oggetto solido, scintillante alla luce dei fanali che baluginavano sul marmo umido in quella notte d’autunno. Era un tappo. D’argento, finemente cesellato e tremendamente antico, scintillava di luce arcana.
L’orrore si chinò, avvicinando il proprio volto a quello della bocca della fontana, il cui labbro era stato brutalmente spaccato per introdurvi a forza un tubo d’ottone.
“Tortura… su… tortura… nessun… senso…”
Il braccio si proiettò sul fondo della vasca, e il sigillo fu posto.

All’unisono, le erme della città presero a urlare. Tutte.

Ma solo un uomo si destò in quella notte d’autunno, in risposta al richiamo dei disgraziati custodi degli archi delle case di Verona.
Cristiano Sepolcro spalancò gli occhi.
L’aveva destato il respiro affannoso di Silvia, un incubo, o cos’altro? Era fradicio di sudore e non riusciva a trattenere il battito impazzito del suo cuore. Ansimava forte, un grido gli intasava i ricordi. Qualcosa non andava. Non andava proprio.
Guardò sotto il letto, dove aveva istoriato le assi del pavimento con un grande pentacolo, un esorcismo contro demoni e spettri di ogni sorta per proteggere il loro sonno, nell’unico momento in cui lo stregone abbassava la guardia ed era più vulnerabile agli attacchi dell’arcano.
Sì questo era, il suo amico maresciallo Trebaseleghe aveva dannatamente ragione. Quella del medium era una copertura che trovava il tempo che trovava. Lui in quella roba ci squazzava, era il suo habitat naturale, al punto che percepiva il mondo Oltre come il pulsare di una vena aggiuntiva, posta di sbieco sulle tempie. Una vena che pareva sul punto di esplodere.
Si girò verso la sua compagna, scuotendola leggermente.
“Silvia? Amore?”
Silvia si dibatteva disperata, preda di un incubo senza fine. Mugolava e non si svegliava. Non era un sonno naturale. Il pentacolo non serviva a niente. Già. Occorreva di più. Sepolcro si toccò il grande tatuaggio che gli ornava il torace. Era un insieme di rune druide, formule alchemiche, nomi angelici, simboli magici e mistici ordinati in una sequenza a lui sconosciuta.
C’era nato con quei segni.
El me fiòl maledeto come lo chiamava papà. Già. Sorrise amaro.
A papà non era mai andato giù quel segno, che aveva provato a far togliere anche con un intervento di chirurgia plastica, solo per scoprire che riappariva ogni volta che si cercava di cancellarlo, anche col fuoco. Già. Anche con quello.
Cristiano serrò la mascella e si vestì rapido, jeans, maglione anfibi e giacca di pelle.
Corse giù dalle scale e spalancò la porta che si affacciava su via Mazzanti, proprio innanzi alla vera da pozzo che occupava il centro della strada.
Aveva traslocato lì circa tre anni prima, dopo aver allontanato un incubo da quella strada e aver trovato una ragazza in pigiama che le indicava la via per un massacro perpetrato mentre la città dormiva. Silvia.
E ora, nel sonno di Verona, qualcosa stava macchinando orrori.

Era il Medioevo.
Era il Medioevo e lo avevano massacrato sulla gogna. Spezzate che furono le ossa a colpi di bastone e sassate, lo avevano scaraventato nella fontana sottostante avvinto in pesanti catene.
Un fagotto di dolore e sangue rappreso per cui nessuno provò pietà nemmeno un istante. Era stato condannato a morte e morte fu, per affogamento. Scostandolo brutalmente tapparono il fondo della vasca di marmo rosso, mentre lui uggiolava debolmente, accecato dal sordo dolore che gli colmava ogni anfratto di quel corpo orrendamente sbrecciato.
Tutto perché aveva osato rubare il vino consacrato durante la messa nella chiesa di Santa Anastasia. In pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, aveva colmato a grandi falcate la distanza che lo separava dal celebrante, strappandogli il calice dalle mani. Quel calice colmo di sangue, l’ideale per il cerimoniale che aveva in mente.
Il Sangue del Dio degli Uomini.
Era il 1471, e stava morendo tra le grida festanti di una folla inferocita. Ma gli stavano facendo un favore, perché comunque gli avrebbero garantito l’immortalità che anelava. Giusto il tempo di mormorare una maledizione alla città che gli aveva dato i natali e che il suo sangue si mescolasse all’acqua. Perché da lì sarebbe rinato.
Un attimo ancora e il mondo svanì sotto una coltre liquida. Per oltre 500 anni fu solo buio odio.
In attesa.
E ora finalmente… dall’acqua si rigenerava.
Mancava solo il sangue.
All’interno della vasca ricolma, un corpo andava addensandosi. Un’altra creatura diafana a prima vista, simile ai due servitori che l’avevano destata dalla dimensione dei morti. Ma no, il corpo appariva lucido e solido come la pelle tesa di un tamburo, una creatura di cuoio argenteo, dalle lunghe dita affusolate, che sempre più emergeva della fontana, mostrando al mondo i suoi lineamenti demoniaci di immortale.

Affacciatosi su Piazza delle Erbe, la scena che si offrì a Cristiano era surreale.

Il cielo, nero come la pece, era striato da nuvole di un viola elettrico, che si inanellavano concentriche sul vertice della Piazza vuota, quasi fossero risucchiate dalla presenza della creatura che stagliava il proprio corpo lucente e imperlato d’acqua alla luce della luna, protendendosi orrendamente maestosa al di fuori della fontana della gogna.
Tutta la città era addormentata, attanagliata nella morsa di una notte ora eterna. Simili a infernali monatti, una moltitudine di incappucciati, evocata dai due servitori maggiori al servizio del mostro, penetravano nelle case, prelevando i sognatori, per portare al loro signore i corpi prigionieri dell’incubo degli abitanti di Verona: una lenta processione, che si snodava per le vie del centro contrappuntata dai versi gutturali delle creature che salmodiavano carmi bestiali.
Perché il Nero Signore giunto dall’acqua aveva sete.
Gli porgevano le vittime con grazia, e lui le riceveva tra le braccia con la dolcezza di una madre che vede per la prima volta il proprio figlio.
Poi, snudava le zanne in un gesto meccanico, i lineamenti stravolti dall’apparizione degli smisurati canini che affondava lesto nella giugulare degli sventurati. Prosciugava alla sorgente la loro fonte di vita, diventando sempre più potente, sempre di più. Presto il suo corpo sarebbe stato nuovamente solido, e finalmente uscito dalla fontana, sarebbe stato libero. Per sempre. Libero di creare un impero d’oscurità perenne nel cuore di quella regione che lo aveva ucciso secoli prima, dove gli unici abitanti sarebbero stati i morenti, finché la fiamma dell’ultimo sognatore non fosse stata spenta. Sì.

Sepolcro stava quasi per… fece una smorfia. Tanto, ci avrebbe pensato l’altro a dare il via allo scontro. Così, da copione, il mostro si girò verso di lui, e i loro sguardi si incrociarono.
Dispiegando lunghe ali di demone costellate di placche ossee, il vampiro d’acqua ruggì un ordine ai servi che, abbandonati i corpi delle vittime a terra, si precipitarono su Sepolcro.
Fu allora che istintivamente Cristiano si poggiò le mani sul torace: gli sgherri stavano per ghermirlo, quando una fiamma azzurra divampò intorno al suo corpo, facendo evaporare all’istante gli incappucciati che osavano tentare di afferrarlo. Così circonfuso da un fuoco arcano, si fece strada tra la folla di spettri urlanti, che si dissolvevano in sbuffi di vapore al suo passaggio.
Un ghigno beffardo si dipinse in volto allo stregone, quel sorriso che tanto faceva rabbrividire i suoi concittadini. Ma il mostro lo attendeva e non appena l’umano fu a ridosso della gogna, estroflesse improvviso un braccio smisurato ed elastico, afferrandolo noncurante della fiamma. No, lui non si sarebbe dissolto. Cristiano l’aveva capito e non si scompose più di tanto, mentre la creatura avvicinava il suo al volto di Sepolcro, che gli soffiò in faccia parole.
“Il mio sangue è acido, bestia.”
E la bestia parlò con una voce che sarebbe stata la disperazione di un santo, soave e atroce al tempo stesso. Sotto le labbra si agitavano baluginando le orride zanne, il suo fiato tanfava di putrefazione.
“Lo so. I segni che nascondi sotto i vestiti mi fanno prudere il palmo della mano. Per te occorre una morte diversa dagli altri. Stupido stregone insonne. Ma – sogghignò – so come por fine ai tuoi giorni.”
Tuffò la testa di Cristiano nella vasca e lo tenne sotto.
Proprio come sperava: se c’era una sorgente del Male, stava nella vasca col mostro, e l’acqua cristallina gli permetteva una perfetta visuale. Stava affogando, ma la salvezza, lo sapeva, era lì a portata di mano. O meglio, di bocca. Annaspò, lottando per guadagnare centimetri preziosi fino alla meta.
Ancora poco… Serrò i denti sul pomolo cesellato del tappo, facendo forza con tutta la mascella e lo strappò dal fondo della vasca.
Non appena il vampiro, disorientato dal gesto dello stregone allentò la presa sgomento, Cristiano si alzò in piedi nella vasca e vomitando fiutti d’acqua, con tutta la sua forza piantò il pezzo d’argento in pieno petto al mostro.
Il vampiro gemette. Un muggito disumano che scosse nelle fondamenta la tenebra che attanagliava la città. Il buio collassò su se stesso, e l’alba proruppe come una lama di luce che sbrindella un nero sipario. Urlando, i portatori esplosero uno dopo l’altro, tornando ciò che erano all’origine: acqua.
E lo stesso fece il loro padrone, che defluì lentamente dallo scarico della fontana, sbracciandosi disperato nel tentativo di estrarre il sigillo dal suo corpo. Ma tutto fu inutile. Cristiano restò a fissarlo a distanza mentre si dissolveva in una lenta agonia.
Presto sarebbe stato pieno giorno, e la città si sarebbe destata dal sopore dell’incubo.
Era giunto il momento di defilarsi con discrezione e tornare a casa, da Silvia.

giovedì 15 febbraio 2007

I LUOGHI DI VERONARCANA

[Ecco i luoghi arcani reali dove si svolge il mio racconto "Il pozzo": in senso antiorario: Piazza dei Signori (deturpata dalla statua di Dante), Via Mazzanti e una stampa antica che ritrae il pozzo in questione, un inquietante scorcio delle case Mazzanti -idealmente dove vive Silvia- e infine le Arche Scaligere.]


VERONARCANA

[Cosa c'è di bello a Verona, la mia città natale? I luoghi misteriosi. Le case infestate. Le maledizioni di cui una città è pregna. Ormai tre anni fa venni coinvolto, insieme ad altri scrittori nostrani, nel progetto di narrare un'"altra" Verona nelle notti di Halloween presso la libreria "Il Minotauro" (del cui labirinto sono stato ospite per oltre 4 anni). Nacque così il personaggio di Cristiano Sepolcro, medium, stregone & esorcista veronese. Qui di seguito la sua prima avventura, ambientata tra le Arche Scaligere, Piazza dei Signori e l'arcana Via Mazzanti. L'antefatto storico su cui si basa il racconto è reale. Buona lettura]

Il pozzo
[racconto © Alberto Corradi 2005]

Dedicato a Washington Irving, Tim Burton e Hideo Nakata.

Chi sei?
Non lo so.
Dove sei?
Qui, dove sono sempre stato.
Dove?
Nel pozzo. Con i morti.
Cosa fai?
Aspetto.
Perché?
Perché i morti non dormono mai.


Faceva fresco quella notte di ottobre, e il custode delle Arche Scaligere stava concludendo il suo giro di controllo. Ogni tanto capitava, ogni tanto, che qualche vagabondo o balordo si infilasse tra i monumenti in cerca di riparo o chissà che altro. E a lui toccava vigilare.
Aprì il cancello di ferro battuto e si infilò tra le tombe armato di torcia.
Sarebbe stata questione di pochi minuti, una rapida occhiata e poi di nuovo al caldo, in casa. Ma nello spiazzo lo attendeva una sorpresa. Un bambino, uno splendido fanciullo dai biondi boccoli se ne stava seduto solo soletto al centro delle Arche. La bellezza del bambino pareva quasi generare un alone di luce soffusa che rischiarava lo spazio intorno a sé. Tutto era assurdo, l’ora, il posto, la situazione: il piccino se ne stava lì, vestito solo di una finissima cotta di maglia argentea, i piedini paffuti che facevano capolino da sotto la lunga veste. Roba da broncopolmonite.
Si chinò sul bambino con un sorriso, ma prima che potesse aprir bocca: “Sai chi sono?” Quello lo fulminò con la sua voce, leggera come un sussurro.
Il guardiano sbiancò: non sapeva che rispondere.
“Il mio nome!” Ed esibì un adorabile broncino.
“Non lo so, mi… mi dispiace.” Balbettò.
L’uomo era sconcertato, non sapeva più se muoversi, prendere in braccio il piccolo, chiedere in giro, telefonare a qualcuno… Se ne stava lì impalato a fissare quel cosino mentre il suo respiro si addensava di continuo in piccole nuvolette di vapore. Era paralizzato.
“Non lo sa.” Mormorò deluso.
Il custode non aveva fatto caso all’immane ombra che incombeva su di lui, alle sue spalle.
Si rese conto che qualcosa non andava quando udì il sibilo della lama estratta con rapidità dal fodero. Finalmente si voltò a guardare.
Troppo tardi.
La sua testa rotolò lontano, spiccata dal busto.

“Qui, qui! Guarda che roba! Ma è possibile? Di tutti i posti dove uno deve farsi ammazzare proprio in pieno centro, con tutti i giapponesi e le loro macchine fotografiche che ci sono sin dalla mattina presto? Io in foto vengo uno schifo, in digitale poi ancora peggio!” Lo sbraitare del maresciallo era coperto dal brusio della folla che si accalcava intorno alla cancellata sconnessa delle Arche, in cerca di un particolare macabro da raccontare. Ma non c’era granché da vedere: un telo già aveva coperto il cadavere, mentre la scientifica stava finendo il primo sopralluogo. Il maresciallo si tormentava la pelata, coi nervi a fior di pelle.
“Francesco!” Una voce si staccò dal brusio di fondo. Tutti gli agenti si voltarono a guardare, mentre un questurino sbarrava la strada a un giovane dai lineamenti affilati.
Il maresciallo Trebaseleghe sospirò. “Fallo passare, lo conosco.”
“Ciao.”
“Guarda, ti ho fatto entrare sulla scena di un omicidio e già questo è contro procedura, quindi non ti ci mettere con qualcuna delle tue stronzate, d’accordo? Qui è da stamattina che tutto è un casino.”
“Chi hanno ammazzato?”
“Il custode delle tombe. Decapitato.”
Perlustrò l’area con lo sguardo.” Avete pulito? Alla faccia di quello che è contro procedura!”
Lo sguardo del militare si incupì. “No, tutto regolare. Non c’era sangue. Nessuna traccia.”
“Niente sangue? Cosa vuoi dire, che non ne aveva in corpo?”
“No, solo che non è uscito sangue dal taglio. Diavolo! Ce ne dovrebbe essere un fiume, invece nulla! Quelli della scientifica dicono che la ferita è come cauterizzata, ma senza ulcerazioni o bruciature. Guarda tu stesso”. Nel mentre che parlava sollevò per un attimo il telo. L’ospite sgranò gli occhi per la sorpresa.
“Ahhh. Ignis Inferi.”
“Ignis che?”
“Inferi. Vuol dire ‘Il fuoco dell’Inferno’. La lama che ha tagliato la testa non era di questo mondo.”
“Ecco, lo sapevo! Ora il soprannaturologo vuol dir la sua!”
“Medium, sono un medium.”
“Sei un cacchio di stregone, ecco cosa sei!”
Cristiano Sepolcro sorrise. Un sorriso che fece accapponare la pelle al maresciallo. Quegli occhi gelidi non tradivano mai alcuna emozione, e i capelli, biondi al punto da parer bianchi, lo facevano sembrare il figlio di una stirpe dannata. Ma tutto sommato, si ripetè per l’ennesima volta, quello stregone gli era già tornato utile. E se era lì c’era un perché. Un perché che non voleva sapere. Possibilmente. Si ricompose e lo guardò fisso. “Cristiano, curiosa in giro, fai ciò che devi, ma fai presto. Ho come la sensazione che questo caso lo dovrò archiviare tra gli irrisolti, quindi evitiamo che passi per fesso più di una volta al mese, vabbuono?”
“Vado vado… Ma, Francesco… e la testa?” Sorrise sornione.
“Dillo tu a me, Crowley.” Rispose acido l’uomo tracagnotto e sovrappeso.
Sepolcro annuì, dando un colpetto sulla spalla dell’amico in segno di commiato.
Attraversò a grandi passi Piazza dei Signori e nel mentre lanciò uno sguardo sbilenco all’Alighieri e una maledizione a chi l’aveva messo lì, rovinando il punto di fuga della piazza medievale. Si accomodò sulle scalette affianco della Pizzeria Impero, a riflettere. Qualcosa, come al solito, l’aveva attirato a sé, ma ora il potere di quel richiamo si stava affievolendo. Era giorno fatto ormai, e gli spettri sono forti nel cuore della notte o nell’ombra delle case, non alla luce del sole. Già. Si voltò a guardare la piccola Via Mazzanti. Come un sasso nella gola di un assetato, spiccava tra le case l’enorme vera da pozzo, tappata con un coperchio di ferro da che aveva ricordi. Il pozzo. Forse. Si tirò su e andò verso il cilindro di marmo. Man mano che si avvicinava sentiva il richiamo tornare a vibrargli nelle ossa, simile a un lamento. Stese la mano per stabilire un contatto.
Una voce lo fermò. “Non lo toccare. Non farlo, ti prego.” Si girò di scatto con la mano a mezz’aria. Un piccolo portone si era spalancato e davanti a lui si trovava una ragazza poco oltre la ventina, in pigiama, scalza. Era terribilmente pallida.
“Cosa? Perché non dovrei?”
“Il pozzo. È maledetto. La bocca dell’Inferno sta per aprirsi.” E svenne. Sepolcro fece un balzo in avanti e la prese al volo. Era leggera, la sollevò in braccio e si incamminò lungo le scale dell’abitazione, nella speranza che la ragazza non si fosse tirata dietro la porta uscendo. Ma no, la porta era socchiusa.
Cristiano la spalancò, rivelando una carneficina.
“Mi dispiace Francesco, ma questo… proprio non ti farà felice.” Mormorò Sepolcro contemplando quel panorama di morte.
Tutti nella casa, e poi si scoprì tutti nel palazzo, tutti nella via.
Tutti erano morti. Senza sangue. Senza testa. E le teste non le avrebbe trovate nessuno.

La ragazza si chiamava Silvia. La sera prima era tornata da un Erasmus in Gran Bretagna, dove si era trattenuta per quasi un anno. I suoi l’avevano prelevata all’aereoporto, portandosi via le valigie e depositandola direttamente a una festa organizzata in suo onore, in casa di amici. Questo l’aveva salvata. Era rincasata all’alba, si era infilata il pigiama e poi sotto le coperte. Poche ore di sonno, poi un oscuro presentimento, un incubo forse, l’aveva destata di soprassalto.
La macabra scoperta, poi giù dalle scale, tra le braccia di Sepolcro.
Non aveva visto nulla del massacro, eppure qualcosa sapeva.
Terminato l’interrogatorio di rito con un Trebaseleghe torvissimo, si ritrovò sola nel salotto di casa con lo stregone. Aveva notato il timore che trapelava dagli sguardi che il maresciallo gli indirizzava di continuo, aveva capito che lui era lì perché era speciale. Cristiano parlò. “Prima, là fuori quando ti ho trovata. Che intendevi con ‘il pozzo’?” Mosse due passi in sua direzione e Silvia lo agguantò. Con gli occhi tumidi di lacrime prese a strattonargli disperata il lembo della giacca di pelle, singhiozzando: “Non capisci? È l’acqua. È l’acqua del pozzo! Tutta la via attinge acqua dal pozzo, la maledizione si trasmette così! Basta berla, lavarcisi, usarla per cucinare! E lui… lui saprà come trovarti.”
“Lui chi?” La incalzò Sepolcro sempre più interessato.
“Il Cavaliere Senza Testa”. Silvia si fece piccola. “Pensavo fosse una leggenda, me la raccontò la nonna quand’ero bambina. Le notti di fine Ottobre il fantasma di un cavaliere che vive nell’acqua ferma del pozzo esce col suo nero destriero a reclamare teste. È la sua vendetta: è carico d’odio perché gli hanno rubato la testa quand’era vivo e da allora pretende quelle dei vivi finché non gli verrà restituita la sua. Il pozzo… ne è colmo! È la bocca dell’Inferno che si apre una volta ogni cento anni!” Ansimò.
“Così l’acqua del pozzo è il vettore della maledizione. Bene. Resta solo scoprire chi è lo spettro per praticare l’esorcismo. Trovare il nome. Resta qui, più tardi mi dovrai aiutare.” La poverina annuì piano mentre riprendeva a piangere.
Uscì in strada e si guardò intorno: aveva poco tempo prima che calasse la sera. Da che parte iniziare? Non aveva la minima id… Restò di stucco, fissando la lapide commemorativa posta sopra il portone dell’abitazione. “Stupido idiota. La risposta stava lì, appesa sulla mia testa. Torna tutto, testa compresa.” Si precipitò a telefonare. Trebaseleghe aveva avuto il suo porco da fare per sistemare quella massa di cadaveri, tenere a bada la stampa, evitare che il questore, il sindaco, la giunta comunale e varie alte cariche dello stato lo schiacciassero a furia di pressioni. La telefonata di Sepolcro diede il via allo scoppio di isteria che aveva ritardato per tutta la giornata. Attaccò a sbraitare, insultando l’amico con veemenza. Lo stregone non fece una piega. “Francesco. Francesco! Tu fammi trovare il pozzo aperto. Stanotte. Non ti chiedo altro. Tu fallo e tutto avrà fine. Ciao.” E riattaccò mentre l’altro gli urlava “Va bene! Lo faccio! Maledetto stregone dei miei stivali!”.
Il maresciallo fu di parola. Quando lui e Silvia scesero nella via, il coperchio era già stato rimosso e il pozzo recintato con gli avvisi di pericolo.
Cristiano aveva fatto spesa: cinque metri di corda e una imbragatura da roccia, che assicurò stretta alla vita della ragazza. Silvia sapeva già tutto: doveva essere lei a calarsi nel pozzo e fare ciò che andava fatto, mentre lo stregone attendeva all’aperto per praticare l’esorcismo. L’aveva convinta con sufficiente facilità, dato che così la ragazza aveva l’opportunità di non vanificare la morte dei suoi familiari.
Quando arrivò in fondo al pozzo non trovò niente. L’acqua le arrivava alla vita. Era scalza, e capì subito su cosa stava camminando. Erano i crani delle antiche vittime del Cavaliere. Ricacciò indietro un grido di raccapriccio, fece come le aveva detto Sepolcro. Lo chiamò. “Dove sei?” Il pelo dell’acqua si increspò, come mosso da una brezza leggera. Apparve il bambino, che la fissava.
“Qui. E le parole stanno marcendo nella mia bocca. Sono qui.” E tacque.
“Cristiano! Cristiano! Qui c’è un bambino! Mi hai capito? C’è un bambino nel pozzo! Tiraci su, presto!”
“No! Silvia non ti muovere! Non è un bambino! È il suo tramite! Un’emanazione con cui riesce a comunicare col mondo dei vivi!” Diavoli. Pensò Sepolcro. Quello spettro era così potente da generare un riflesso di sé bambino. Doveva covare un rancore spaventoso. D’altronde, ottocento anni di agonie a cercare la propria testa non erano cosa da poco. “Silvia prendilo! Lui lo vuole! Fallo ora!” Strillò.
Silvia si fece avanti timorosa, sospinta dalle parole dello stregone. Il bambino era meraviglioso, aureolato di una luce spettrale azzurrognola. Le sorrideva triste, mentre lei si allungava tremante verso e nel suo viso. Chiuse gli occhi. Al tatto la pelle del bambino era come la superficie del pozzo: liquida. Vi infilò la mano e il cranio se ne venne via con un risucchio ovattato. Quando Silvia tornò a guardare, il piccolo era scomparso. Ma stringeva tra le mani il suo trofeo.
“Sepol…” Non fece tempo a finire di invocare il nome dello stregone che tutt’intorno a lei ci fu un ribollire improvviso, e sul pelo dell’acqua affiorarono le teste. Di tutti.
Sua madre la fissava con occhi di cadavere. Silvia urlò. Cristiano si precipitò alla bocca del pozzo.
“Silviaaa!!! Presto sali, sali! Sta per uscire! Sbrigati, portami il suo teschio!”
La ragazza in lacrime cominciò a inerpicarsi lungo la superficie scivolosa del pozzo, mentre Sepolcro tirava come un disperato per recuperarla in tempo. L’acqua ormai ruggiva di furia cieca, e dal pentolone stava per saltar fuori l’anima dannata. Silvia era lì lì per uscire quando la Bocca dell’Inferno si spalancò con un boato. Il pozzo vomitò il Cavaliere e il suo destriero, proiettandoli direttamente su Via Mazzanti. Come un proiettile, la carcassa rancida d’acqua del cavallo sfiorò i capelli di Silvia. Lei percepì il tanfo della putrefazione, mentre le bardature lacere sibilavano nel vento.
Come un’ombra nera, il Cavaliere ora era fra loro, la lunga spada scheggiata serrata nel pugno, la cotta di maglia lorda di muffa, le finiture dell’armatura marce e sbrindellate. Il destriero vomitava acqua nera e schiuma, fissandoli con atroci occhi rossi. Sepolcro restò paralizzato una frazione di secondo, poi si voltò a tendere la mano a Silvia che stava scavalcando. La tirò a sé, le strappò il cranio dalle mani e scattò verso il Cavaliere che sceso di cavallo incombeva su di loro. Si gettò in ginocchio, urlando mentre tendeva il teschio in direzione dello spettro che già levava la spada per decollarlo. Gridò.
“Tu sei Mastino I della Scala, sei stato assassinato ottocento anni fa in questa via! Ti hanno staccato la testa e l’hanno gettata nel pozzo! Era il 26 Ottobre del 1277 e questo è il tuo cranio! Accettalo come pegno del nostro rammarico e del rammarico di chi ha vissuto prima di noi!”
Il cavaliere s’arrestò, gettò via la spada, afferrò il teschio e lo rimise al suo posto. Dalla base del collo un fascio di filamenti proruppe a ghermire l’osso, avviluppandolo. Le vene presero a riformarsi, i muscoli a contrarsi, le cartilagini riapparvero sul setto nasale, gli occhi si riaffacciarono nelle orbite vuote. La pelle e i capelli infine ricoprirono il tutto.
Un’accesa luminescenza si propagò per la via, mostrando al mondo ciò che era andato perduto per ottocento lunghi anni. Il viso dell’antico Podestà della città era angelico, tratti di una tale dolcezza comparabili solo alla serenità del suo sorriso: l’età era indecifrabile, sigillata nello scorrere dei secoli. Volse occhi indulgenti verso i suoi liberatori.
Sepolcro parlò con voce ferma: “Vai in pace antico Signore. Hai avuto la tua vendetta e ottenuto ciò che bramavi. Eri un bambino triste che smarrita la via di casa è caduto in un pozzo da cui non riusciva a uscire. Ora sei libero. Chi può condannarti?”
“Forse solo un dio.” Bisbigliò Silvia.
Mastino I fissò la ragazza con i suoi begli occhi spenti, e un orripilante ghigno deformò i giovani lineamenti ancora e ancora, finché non fu che una maschera di paura con un sorriso disumano stampato sopra. La luminescenza spettrale si intensificò, fino a divenire una nova di luce in cui lo spettro e il destriero scomparvero, seguiti da una lunga, agghiacciante risata.
La notte si fece giorno per una frazione di secondo.
Tornata che fu la notte, solo Cristiano e Silvia restavano innanzi al pozzo, una stretta all’altro.
“Non dove è diretto.” Mormorò Cristiano, levando lo sguardo alle stelle, quella notte d’Ottobre del 2077, a Verona.