sabato 10 febbraio 2007

[Questo è il primo di una serie di racconti che inserirò in rete un po' alla volta. Tengo molto al "Regno d'Ambrosio" perché è il mio personale omaggio al personaggio creato da Renato Olivieri, veronese classe 1925 trasbordato anni fa a Milano. L'uomo è stato tante cose oltre che a romanziere di successo: pittore, redattore di un quotidiano, ha diretto periodici nazionali. Tra i suoi romanzi ci sono Dunque morranno (1981), L'indagine interrotta (1983) e l'antologia Ambrosio Indaga, a cui si ricollega parte del mio racconto realizzato in occasione del convegno noir "Lineagialla" curato a Verona da Claudio Gallo, curatore del fondo Emilio Salgari presso la Biblioteca Civica di Verona. Buona lettura.]


Il Regno d’Ambrosio [Alberto Corradi 2006]

È Febbraio. Sulla città cade una neve impietosa, che va a coprire col suo manto le miserie di Milano e le tiene al caldo, in mesta attesa che la metropoli piagata di grigio corrompa anche il suo candore, tornando ad affiorare come un cancro germinato sulla pelle di un angelo caduto.
I milanesi lo sanno, e quando accade, amano Milano con slancio maggiore, perché l’amore è anche un sorriso triste che increspa gli angoli della bocca, reso tale dalla consapevolezza che chi si ama, spesso, non è la persona giusta. Ma la cosa non svilisce il sentimento, anzi, semmai lo rafforza.
La neve cricca sotto il passo deciso di Ambrosio, accecato dal riverbero del giorno che si frange su quel candore irreale. Ha fretta di arrivare a casa, ma non riesce ad andare più veloce. Come un nuotatore che cerca di staccare bracciate precise e rapide in una piscina affogata nel cemento che lentamente si rapprende. Il Commisario si sente così quel giorno, mentre cerca di dibattersi nella morsa dell’inevitabile. Almeno, a casa, pensa, troverà una poltrona ad accoglierlo e un po’ di calore condominiale dispensato dal vecchio radiatore in ghisa a rinfrancarlo. Qualcosa che lo isoli dal mondo come la neve va isolando Milano sotto la sua coltre.
Le chiavi sono fredde quando si fruga nelle tasche e le trova, i gesti si fanno convulsi, il polso rotea un paio di volte alla ricerca di quella che apre il portoncino, alla cieca ancora nel buio del cappotto, che almeno fa un po’ più caldo che tirar fuori il mazzo ed esaminarle, sferzati dalla brezza gelida che corre d’intorno.
Su dalle scale, come un militare all’adunata batte i tacchi sullo zerbino della porta di casa, liberandosi delle zeppe di neve già ingrigita che gli macchiano di bagnato le scarpe, poi si precipita contro l’uscio spingendo prima ancora di aver finito di girare la chiave nella toppa, ansioso di liberarsi della palandrana e degli sguardi, forse, della vicina che perlustra il pianerottolo attraverso lo spioncino della sua abitazione.
Finalmente è dentro, e un senso di sicurezza si espande in lui nel ricevere l’accoglienza del piccolo appartamento. Ogni cosa al suo posto, senza la pretesa di un ordine reale.
Fuori, il vento si è intensificato, e la camelia regalo di Anita, la sua amica antiquaria che possiede un negozietto giù dalle parti di Brera, oscilla paziente dalla sua postazione sul davanzale, le gemme che forse stavolta, bruciate dal freddo, non si schiuderanno a mostrare i fiori screziati di carminio. Dovrei tirarla dentro, pensa Ambrosio, per non diventare complice di un omicidio perpetrato sotto i suoi occhi, un caso archiviato prima ancora di cominciare.
Già. Si volta.
Gli occhi del Commissario scorrono il mobilio, fino a focalizzare la poltroncina su cui va a sedersi. Lo fa con ritrovata calma, lentezza. Gode del fruscio del tessuto dei pantaloni che strofina sul broccato trapuntato di bottoncini. Si abbandona allo schienale, poggiando gli avambracci sui bassi braccioli nel mentre che la nuca tocca l’imbottitura e tutto il corpo si distende. Accanto, su un tavolino dalle gambette panciute, il pacchetto di bionde lo ammicca. Lui stende la mano, e la sigaretta con un movimento esperto passa dalla mano alle labbra. Gli occhi, fissi sul soffitto, ora privi di una reale occupazione, cedono il passo a un altro senso. Il gusto mielato del tabacco presto si stempera nell’amarognolo della nicotina e Ambrosio aspira con voluttà, godendosi quel rinnovato piacere, rimandando il proposito di smettere a un giorno più caldo.
Ci ha provato, ci vuole provare, ma non oggi.
Oggi accoglie il fallimento con gioia.
Perché niente lo può turbare più di quello che già è successo.
Socchiude gli occhi nel mentre che carezza tra pollice e indice la cravatta gialla, quella cravatta che era così titubante a indossare, tempo fa.
“Un po’ eccentrica, non trova?” Aveva chiesto a una bella signora un giorno, quasi a scusarsi con lei di esibire un tale addobbo.
“Mi piace.” Aveva risposto quella, e la risposta l’aveva inconsapevolmente messo tranquillo, tanto che ormai la indossava spesso. Quel giorno aveva discusso di routine con la donna, amante di un fumettista che dopo otto anni di relazione e quattrocento lunedì aveva lasciato, stanca. Il disegnatore invece, a Natale, aveva estratto una calibro e aveva lasciato queste sponde, piantando una semenza d’acciaio nel pieno del suo petto. Il seme di una camelia di ferro, resistente a mille tempeste, la cui fioritura era eterna. Frutto di un cuore spezzato.
Il pensiero si fissa nella mente di Ambrosio come un chiodo e le dita si serrano sulla cravatta.
Un meccanismo si incrina nel cuore del Commissario, la sigaretta non è più di conforto alcuno.
Emanuela se n’è andata. Non un addio vero e proprio, ma piuttosto un arrivederci.
L’aveva pensato, tempo prima nella stanza del fumettista suicida, che forse qualcosa poteva non funzionare tra loro, allora o più tardi, che forse il suo stile di vita alla lunga sarebbe stato un peso per lei, che la routine avrebbe congelato il loro rapporto.
Non che abbia fatto molto per impedirlo: le capacità deduttive sono dure da applicare su un territorio accidentato come quello delle relazioni sentimentali. Il cuore degli uomini è disseminato di lapidi e cicatrici, e tutte hanno un nome: per conoscere quei nomi, come ogni caso che si rispetti, occorrono domande e successive confessioni, inarrivabili talvolta anche agli uomini più innamorati.
E anche se avverte che Emanuela tornerà presto nella sua vita, a regalargli magari un’altra cravatta di cui dubitare, per quel giorno cede alla sconfitta.
E il Commissario sospira, perché oggi è un piccolo Re del Niente, assiso su un trono di broccato, al centro del suo regno di Via Solferino.
Una promozione a un grado a cui non avrebbe mai voluto ambire.
Presto abdicherò. Pensa, e nel mentre volge lo sguardo, verso la finestra.
La neve continua a cadere impietosa.

3 commenti:

Perissi ha detto...

Grandissimo Alberto!!!!
Il tuo blog é da urlo, appena capisco come si fa, ti linko di gusto!

Emiliano ha detto...

ciao alberto!
buon blog!
a presto e ciao
emi

nuvoleonline ha detto...

ciao albertone!!!

finalmente!

a prest!
c.